Giovanni Filopono e la dottrina aristotelica dell’etere

 
Da ORPHEUS n.s. XI.1 (1990), pp. 151-153 [con modifiche].
Recensione di Guglielmo Russino a Christian WILDBERG, John’ Philoponus Criticism of Aristotle’s Theory of Aether (Peripatoi 16), Berlin – New York, Walter de Gruyter, 1988, pp. XIV+274.

Se noi oggi possiamo in una qualche misura ricostruire struttura e contenuto del De aeternitate mundi contra Aristotelem di Giovanni Filopono lo dobbiamo al suo sprezzante avversario Simplicio. Al di fuori delle abbon­danti citazioni contenute nei commentari ad Aristotele di quest’ultimo (in de Caelo, soprattutto, e in Physica), la rarità dei frammenti derivati da altre fonti greche, siriache ed arabe ben testimonia la scarsa eco suscitata dall’opera al suo apparire.

Il De aeternitate mundi contra Proclum (edizione del 1557)

Eppure l’ostilità o l’indifferenza dei contemporanei ci appaiono stret­tamente proporzionali a quelli che sono per noi i motivi di interesse del contra Aristotelem. La demolizione sistematica della teoria dell’etere condotta da Filopono, che determinò l’irritazione degli ultimi custodi della tradizione filosofica ellenica e non valse al suo autore un séguito fra i teologi del campo cristiano, era infatti degna di miglior fortuna. Quinto elemento corporeo oltre ai quattro del mondo sublunare, corpo semplice dotato di movimento circolare continuo ed eterno, ingenerato, inalterabile e incorrut­tibile, l’etere costituiva in effetti uno dei principali ostacoli (tanto più insi­dioso perché di carattere fisico prima ancora che metafisico) alla fondazione filosofica e scientifica del concetto cristiano di creazione. E il merito di Filopono, ma anche il suo anacronismo, è stato di voler attaccare l’idea dell’eternità del mondo proprio sul piano della fisica, mettendo così in luce incongruenze e arbitrarietà di una dottrina, l’aristotelica, che sembrava in grado di dare una descrizione dell’universo naturale tale da implicarne l’eternità.

Certo la cosmologia dell’alessandrino è, nei suoi assi portanti, ancora platonica e aristotelica: vi ritroviamo un cosmo spazial­mente finito e al tempo stesso onni-inclusivo, delimitato esternamente dalla sfera delle stelle fisse, gerarchicamente stratificato e costituito da elementi corporei disposti a partire dal centro sino ai livelli più esterni ed elevati in ragione della loro purezza. Tuttavia ciò non impedisce che modifiche radi­cali e assai innovative vengano introdotte nello schema classico. Innanzi tutto egli sostiene che l’universo è materialmente uniforme e i corpi celesti, sebbene di genere più puro, sono essenzialmente della stessa natura di quelli sublunari. Le conseguenze non sono di poco conto: persino i cieli devono allora ritenersi corruttibili. Se risultano immutabili e dotati di un movi­mento circolare e continuo non è per una qualche loro intrinseca potenza (un corpo limitato non può che avere una limitata dynamis), è solo in virtù della volontà divina, la quale fintantoché fa sussistere il mondo garantisce e conserva ciò che del mondo è la parte più importante e migliore.

Il riconoscimento dell’uniformità materiale di tutto il creato è causa, nel pensiero di Filopono, di un altro interessante sviluppo: egli respinge l’idea, tradizionalmente accettata, di una materia prima incorporea e senza forma che sia sostrato del mutamento dei corpi e ad essa sostituisce la nozione di “tridimensionale” (τὸ τριχῇ διαστατόν), materia corporea concepita come estensione indeterminata. Una sorta di cartesiana res extensa, che non solo è sostrato ma si configura come sostanza stessa del corpo in quanto corpo.

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Aristotele tiene una lezione mentre due angeli espongono un modello
del cosmo a sfere concentriche (Francia, inizi del XIV secolo).

 

Sarebbe un errore credere di avere a che fare con remote dispute accademiche su questioni peregrine. Ad essere qui in gioco non è soltanto la ricucitura della dicotomia aristotelica fra regione celeste e sublunare. Si tratta piuttosto di un ulteriore momento del processo di ricomposizione della realtà umana e terrena operato dal cristianesimo nei confronti del sistema di cesure intellettuali caratterizzanti l’ultima fase del pensiero antico. Il centro vitale della polemica risiede nel tentativo di destrutturare e ristrutturare, a tutti i livelli, un’immagine del mondo. E allora la rete di fratture orizzontali (sublunare/celeste, corporeo/incorporeo, sensibile/intelligibile, ecc.) che governa l’universo tardo-antico viene ad essere subordinata alla ben più radicale cesura fra creazione e creatore. Nella comune, assoluta dipendenza di tutti gli esseri da Dio, ogni gerarchia e divisione ontologica fra gli esseri viene attenuata e resa meno drammatica, perde importanza e sacralità. Ed è appunto questa concezione che Filopono cerca di impiantare nell’edificio della cosmologia greca.

Per ultimo non bisogna dimenticare che anche il primo abbozzo di una teoria dell’impetus (da annoverare fra i principali meriti storici dell’Ales­sandrino), sebbene venga elaborato successivamente nel de opificio mundi, trova il suo fondamento nella critica sistematica ai postulati della dinamica aristotelica avviata fin da questa precedente opera. In Aristotele un corpo in movimento necessita della presenza continua e concomitante di un motore che gli stia a contatto. Ma la causa prima ed eterna del movimento, il motore immobile, non potrà che produrre un effetto indeclinabile su di un altret­tanto eterno primum mobile. La dinamica si saldava dunque alla metafisica in un’alleanza che poteva essere messa in crisi soltanto dal riconoscere che «the movement of the spheres can be regarded as a natural motion in the same sense as the movements of sublunary bodies are said to be natural» (p. 245).

Fare del moto circolare un movimento naturale alla stregua di quello rettilineo – e non il moto proprio di un elemento corporeo eterno, incorrutti­bile e divino – era il primo passo per liberarne la trattazione fisica da preoccupazioni teologiche o metafisiche. Anche se, paradossalmente, questo significava far dipendere il movimento dei corpi celesti da una forza motrice impressa da Dio una volta per tutte al tempo della creazione.

L'universo tolemaico

L’universo secondo la Cosmographia di Petrus Apianus (Anversa, 1584)

 

L’ampia monografia di Wildberg, la prima specifica sul contra Aristotelem, segue a distanza di un anno la pubblicazione, da parte dello stesso autore, di una completa raccolta dei frammenti pervenutici (Philoponus, Against Aristotle on the Eternity of the World, London, 1987). Circa la metà del volume è dedicata all’analisi assai minuziosa dei quattro capitoli iniziali del de Caelo di Aristotele (pp. 7-100), mentre la seconda parte (pp. 101-246) discute puntualmente le critiche di Filopono alle tesi dello Stagirita. Un’aggiornata «Bibliografia» e un buon apparato di «Indici» («dei luoghi citati», «degli autori antichi» e «delle materie», manca invece un indice degli autori moderni citati) sono ulteriori garanzie di una proficua consultazione. Nella copia giuntaci per la recensione le pp. 68-9, 72-3, 76-77 e 80-1 vengono ripetute a spese delle pp. 180-1, 184-5, 187-8 e 192-3.

I testi vengono ripercorsi ricostruendone con cura struttura e argo­mentazioni, vagliandone la coerenza logica ed esplicitandone assunzioni e conseguenze. Nel complesso Wildberg riesce a dare una rappresentazione molto dettagliata e realistica dei nodi concettuali inerenti allo scritto di Filopono, sia pure rischiando talvolta di incorrere in una certa astrattezza storiogra­fica. Infatti all’esame teoretico non si accompagna un’adeguata ambienta­zione storico-critica dell’opera. Sembra trattarsi di uno scontro privato, fra Aristotele e Filopono, senza alcuna mediazione storica o culturale. Il conte­sto è quasi del tutto assente, le figure di Proclo (contro il quale fu indirizzato un altro e più fortunato De aeternitate mundi) o di Simplicio appaiono come per caso e vagamente.

Non del tutto convincente è poi la prima parte del lavoro: l’interpreta­zione di Aristotele risulta alquanto condizionata dalla volontà di dimostrare l’infondatezza, sotto ogni riguardo, della teoria dell’etere. Trasformandola in una sorta di monstrum storicamente incomprensibile: «the fact that the theory of aether has been so vigorously defended and reiterated by philosophers like Alexander of Aphrodisias, Simplicius, Thomas Aquinas, and Cesare Cremonini, may perhaps be regarded as a scandal in the history of philosophy. It is not entirely clear why the Aristotelian concept of aether found recurrent approval over a period of nearly 2000 years» (p. 99). Ma nella storia della filosofia dovrebbe essere sempre assunto come principio che l’incomprensibilità di qualcosa giudica non dei filosofi o delle dottrine di questi quanto dei loro critici.

Risorse in rete

Keywords: Joannes Philoponus, Simplicius, Aristoteles, aether, de aeternitate mundi

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