Marquard: Apologia del caso

di g.r.

Mi sono deciso a ripescare questa vecchia recensione, poi non pubblicata. Il libro di Marquard, piacevole e non privo di interesse, vi è trattato con una certa sbrigativa asprezza. Oggi sarei più generoso nei confronti dell’opera (che retrospettivamente mi ha influenzato in misura maggiore di quanto allora potessi sospettare), ma le obiezioni di fondo rimangono le stesse.

Odo Marquard
Odo Marquard (foto Habakuks Ansichten).

Odo MARQUARD, Apologia del caso. Traduzione ed edizione italiana a cura di Gianni Carchia. Bologna, Il Mulino, 1991, 162 p. ISBN 88-15-02952-4.

A sostenere delle posizioni chiare e definite si corre il rischio di essere attuali in un certo momento storico e di diventare in seguito inattuali. Ciò spiega, forse, perché tanti autori di libri di filosofia si astengano con cura dal prendere una posizione qualsiasi su di un qualsiasi argomento. Marquard, al contrario, ha il non comune pregio di dire qualcosa e di dirlo bene, esponendosi anche al rischio di apparire troppo strettamente legato a quel contingente la cui apologia dà titolo al volume. E, in effetti, questi saggi vengono tradotti – con una non felicissima scelta di tempo – in un momento nel quale lasciano trasparire, di tanto in tanto, la loro dipendenza da sicurezze e condizioni non più così ovvie. Ma sono pericoli di cui si fa carico di buon grado una filosofia che proclami il proprio “congedo dai principi” e rivendichi all’uomo l’essere i suoi accidenti più che le sue scelte (p. 155).

«La via ai principi è lunga, la vita breve» (p. 31): brevità della vita, finitudine ed “essere per la morte” dovrebbero convincerci ad abbandonare la pretesa di vivere e di giudicare secondo principi assoluti, ammettendo il carattere contingente del nostro essere e l’inevitabile provvisorietà dei giudizi, accettando inoltre il nostro risultare vincolati ad una storia cui dobbiamo riconnetterci, senza chiedere una giustificazione totale di ogni cosa, senza “sovratribunalizzare” l’esistente, ma al contrario dando ragione di ciò che scegliamo e che vogliamo mutare.

L’autore ci invita dunque ad una svolta verso la scepsi, la quale «si muove in una direzione conservatrice» (p. 30), almeno nel «senso privo di qualsiasi enfasi […] che può essere chiarito nel modo migliore dalla pratica dei chirurghi allorché questi considerano se si possa fare un trattamento di conservazione oppure se, invece, si debbano togliere un rene, un dente, un braccio…». Ma il problema di ogni scepsi è che essa di fronte al dolore e all’infelicità non sa indicare alcuna ragione di speranza. Ottimo antidoto contro le intemperanze degli assolutismi dottrinali per chi ha motivo di considerarsi soddisfatto di ciò che ha, fallisce là dove la sofferenza travalica la misura dei rimedi quotidiani. Quando non ho soluzioni realistiche, pragmatiche, per i miei problemi e nonostante ciò non posso fare a meno di averli, questi problemi, a che mi varrà il riconoscere che la vita è determinata da contingenze storiche che devo accettare? E alla fine è realistico, pragmatico, pensare di poter vivere senza speranza?


Rhizoming… (foto di Jef Safi).

Nemica delle concezioni assolutistiche, delle mitologie della rivoluzione e della “filosofia della storia”, che pretende di sostituire un’unica storia alle molte storie da noi vissute, la critica efficace e brillante di Marquard ha il limite di non sapersi addossare le ragioni di ciò che combatte: loda il politeismo e la molteplicità dei miti, garanzie di libertà dell’individuo rispetto al monoteismo e al “monomito” della modernità e del progresso, ma non ci fa capire il perché di monoteismo e monomito. Ai suoi idola polemici Marquard non si preoccupa di sottrarre pungiglione e veleni, allestendo il teatro di una isosthenés diaphonia che nel caso specifico si traduce solo in un assoluto immobilismo filosofico.

I saggi qui pubblicati in traduzione italiana e preceduti da una breve presentazione del curatore sono tratti da Abschied vom Prinzipiellen del 1981 e da Apologie des Zufälligen del 1986. Gli errori di stampa, numerosi e particolarmente evidenti (qualche esempio si veda alle pagine 33, r. 7 e sgg.; 47, r. 25; 73, r. 11; 99, r. 16; 111, r. 30; 148, r. 27; senza contare i numerosi casi in cui è saltata qualche lettera), manifestano una trascuratezza non consona alle tradizioni dell’editore.

Keywords: Marquard, Farewell to Matters of Principle, In Defense of the Accidental

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