Scendendo dall’Areopago

di g.r.

Scendendo dall’Areopago Paolo di Tarso aveva buoni motivi per essere scontento (At. 17, 22-34). L’incontro con Atene e gli ateniesi si era rivelato un fallimento. All’inizio il suo discorso sul “dio ignoto”, che tutti venerano pur senza conoscerlo, era stato accolto con favore. Un Dio da cui nessuno è lontano, perché in lui tutti viviamo, e che bisogna sforzarsi di trovare quasi a tentoni.

Ma quando dichiarò finito il tempo dell’ignoranza, annunciando che il dio ignoto si era improvvisamente rivelato, che il Dio di tutti si era fatto conoscere da alcuni in una terra lontana (e l’aveva fatto con il resuscitare un uomo dalla morte), il pubblico reagì ridendo: su questo ti sentiremo un’altra volta. Tra i pochi che restarono con lui – raccontano gli Atti degli apostoli – vi fu un certo Dionigi.

Paolo predica ad Atene
Raffaello, Paolo predica ad Atene (Web Gallery of Art).

 

Cinque secoli dopo, in un impero lacerato dalla lotta fra le diverse fazioni religiose, nel mezzo degli scontri tra monofisiti e calcedoniani (senza dimenticare nestoriani, origeniani, manichei e tutte le altre denominazioni nelle quali ci si divideva), comparvero gli scritti di Dionigi l’Areopagita, il discepolo di Paolo. Vi si proponeva una sorta di conciliazione tra la filosofia ellenica e l’annuncio cristiano, il cui cuore consisteva nella teologia negativa. Tra i falsi di maggior successo della storia, l’opera dello pseudo-Dionigi insegnava che Dio è al di là di ogni nome, di ogni concetto umano e – conseguentemente – di ogni divisione. Un Dio che è di tutti perché nessuno può farlo proprio.

 

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